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Descrizione

IO NON HO MANI CHE MI ACCAREZZINO IL VOLTO

“Il negativo, mondo plastico diventato espressione.
Abbandoniamo lo stato del presente,
nonostante la materia del reale
ci mostra l’ossigeno di questo operare.
Ma la poesia fluttua e ispira, fa sognare l’evidenza, spontanea.
E l’inverosimile riplasma la terra,
gridando nell’aria il fragore del graffio.
Tutto silenzioso è il solco.

Tutta quella danza è sordità cieca,
perché ogni sorriso divertito ricopre la verità,
e l’ombra che è assente ora disegna la solitudine.
Ignorando il crepuscolo.
Nessuno spazio, nessun tempo, nessuna tempesta.
Lo scrivere inesorabile delle cose è impasto
del bianco luminoso che contrasta l’irregolatezza
di chi affoga regolarmente il desiderio di fuggire.
Sembra quasi una voglia di aspettare un ritorno,
parole scritte da un melanconico abbraccio,
invisibile al mondo.
E il tessuto danza in questo infinito tratteggio,
sconvolgendo l’aria di un silenzio che impregna la carta,
circondandoti di quel tabacco amato
incluso oramai nel tempo di una borsa.
Avverti adesso il respiro prima di scattare?”

Nel 1961 Giacomelli viene a contatto con un gruppo di giovani studenti del Seminario vescovile di Senigallia. Con il permesso della curia comincia a fotografare i loro momenti di svago, dopo le lunghe ore di studio e di preghiera in preparazione alla vita ecclesiastica.
Realizza immagini di preti che giocano a palla, che saltano, e ancora con dei gattini, mentre si muovono sulla neve con grandi mantelli addosso, mentre si tirano cuscini all’interno dei dormitori tra la confusione e il divertimento di tutti; in ultimo riprende una serie di girotondi fotografandoli dal tetto del Seminario.

Giacomelli decide di cambiare il titolo alla serie – da Pretini a Io non ho mani che mi accarezzino il volto, titolo di una poesia di padre David Maria Turoldo – vincolando ogni immagine a concetti ben precisi.
Durante una sua visita domenicale egli porta alcuni sigari ai pretini e li fotografa mentre fumano; così, se all’ospizio era stato accusato di fotografare i vecchi per ridere delle loro nudità una volta stampate le foto, al seminario lo accusano di avere creato scompiglio in un luogo in cui devono regnare disciplina e rigore. Queste immagini che gli apriranno le porte della notorietà gli chiudono invece quelle del Seminario, dove da quel giorno gli viene negato il permesso di fotografare.
Giacomelli, cerca di fissare attraverso l’obbiettivo delle situazioni di sofferenza; quella sofferenza della solitudine di chi, giovane, ha fatto una scelta di vita che lo porta a essere solo.
Il flacone è realizzato con una particolare verniciatura metallica a ricordo dello stesso materiale dell’inseparabile macchina fotografica di Mario Giacomelli, che Filippo Sorcinelli
ha avuto la fortuna di conoscere personalmente negli anni della sua adolescenza.
Quanto al tappo, è rivestito di uno speciale ed esclusivo tessuto doppiato in pelle e metallo che chiunque può “plasmare” e rendere unica la sua opera profumata.

Il panneggio materico allude alla “danza” delle vesti talari dei Seminaristi fotografati dal celebre maestro e la materia del tessuto invece, come la fragranza del resto, vuole rievocare la borsa delle
attrezzature di Mario Giacomelli intrisa di tabacco.

Unum fragranze .

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